Greenpeace contro Nestlè= 1-0

20 May


La battaglia tra Greenpeace e Nestlè sembra essere giunta al termine: la multinazionale svizzera ha firmato due giorni fa un accordo col quale si impegna a non utilizzare più prodotti la cui creazione provoca la deforestazione selvaggia nell’Asia sud orientale.
Per rendere più efficace la nuova politica green, ha chiesto inoltre all’associazione no profit TFT (The Forest Trust) di collaborare nel monitoraggio di situazioni future potenzialmente pericolose, così come nella messa a punto di soluzioni alternative.
Viene così sancita una tregua dopo l’attacco mediatico sferrato da Greenpeace qualche mese fa, che aveva fatto il giro del mondo (ne avevamo parlato qui).
Vale la pena analizzare quello che è successo, e di mettere in luce alcuni punti cruciali.
La prima mossa di Greenpeace è stata quella di caricare il video “Have a break?” su youtube, un video divenuto subito virale; Nestlè, venuta a conoscenza dell’operazione, ha fatto rimuovere immediatamente il video, dando
il pretesto per dare il via alla seconda fase dell’attacco: Greenpeace ha chiesto a tutti i propri attivisti e sostenitori di bombardare la multinazionale con telefonate, email e commenti sulla sua pagina Facebook. Nestlè ha reagito ancora una volta nel peggiore dei modi: la pagina del social network è stata “ripulita” da tutte quelle frasi ritenute “inopportune”, ottenendo come risultato che le azioni di bombing si sono moltiplicate a dismisura.
A tutto questo si sono poi affiancate azioni di guerrilla, come l’invasione dell’assemblea degli azionisti un mesetto fa.
A giochi fatti, mi viene da fare una considerazione: Greenpeace ha senza dubbio dato prova di un utilizzo molto consapevole del web, una conoscenza delle sue dinamiche e dei suoi punti di forza; al contrario Nestlè non è saputa andare oltre al tentativo di nascondere ed insabbiare.
Il problema è che in rete non può funzionare una strategia tale. Almeno in teoria.
Se un video viene visto per un totale di milione e mezzo di volte (fonte Greenpeace UK), non può sparire in un buco nero in un secondo: il passaparola in rete è una cosa molto forte e, soprattutto, veloce: basta accendere un fiammifero perchè tutto il web si infiammi in un attimo.
Rimuovere un video è stato percepito come un’ammissione di colpa, un tentativo di non far venire fuori la verità, parola, questa, molto cara agli internauti.
Da lì, il gioco è stato facile: coalizzare tutti contro il gigante cattivo è facile, soprattutto se estende l’attività repressiva anche al social network più famoso al mondo.
Secondo Greenpeace UK sono stati inviate “più di 200 mila email, centinaia di chiamate, ed innumerevoli commenti Facebook”: sono numeri enormi, che dimostrano come il tentativo di mettere a tacere le persone non sia attuabile in internet.
Al contrario, una strategia più efficace poteva essere quella di aprire un dialogo immediato con Greenpeace e tutti i suoi sostenitori: alimentare la discussione su web, mostrare le proprie ragioni e cercare al contrario di coinvolgere le persone piuttosto che escluderle.
“Social”, la parola del momento, forse vuol dire questo.

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